Cara posta del cuore,
sono un formaggio Dop, delicato e profumato. Categoria superiore, morbido, carezzevole al palato: per secoli ne ho soddisfatti di fini, casarecci ed esigenti, amato da principi e pastori in egual misura. Ma dovevo immaginarlo che, prima o poi, sarebbe arrivata la beffa a infangare il mio buon nome. Un ministrino qualunque in grembiule verde m’ha schiaffato in un panino insapore e incolore, come emblema di italianità, anche se io mi sento orgogliosamente padano. Ma, beffa delle beffe, il panino in questione è di quelli fatti in serie, in catena di montaggio, senza estro né tradizione: m’han messo insieme a carciofi, mollica stantia e carne di mucca, con una foglia di lattuga che non sa di nulla, esattamente come me, o quel lontano parente che, comunque, spacciano per me. Ma perché non han lasciato la sottiletta, in quei cosiddetti “panini”? Perché tanta umiliazione? Dovevo arrivare alla mia veneranda età, alla mia venerabile carriera, per aver questa crisi d’identità così profonda e devastante? Mi son cullato per anni nel mio essere un formaggio padano tranquillo, amato, buono ma senza pretese. E ora nel McItaly mi fanno entrare. Cos’ho fatto di male per meritarmi questo? Scusi lo sfogo. I miei rispetti,
Asiago Dop
Caro Asiago Dop,
che le devo dire? Non ci sono più i panini di una volta. Anche se il suo buon nome è forse definitivamente compromesso, non disperi. Noi, che da sempre siamo suoi fan, la ricorderemo con affetto, e con stima. Continueremo a pensarla così come lei è in verità: gustoso e delicato, morbido e saporito, da assaporare con la dovuta lentezza, davanti a un bicchiere di vino. E non in un qualunque, squallido, fast food.